Storia

l Monastero di San Vito!

Di questo monastero, uno dei più antichi di Sicilia, ne conosciamo la storia, grazie a due epistole del pontefice Gregorio Magno, che indignato per gli eccessi che vi si consumavano scriveva nel marzo del 604 al vescovo di Catania, Leone, perchè provvedesse a por fine allo scandalo ed invitava Adriano, notaio di Sicilia a un più vigile esercizio delle proprie funzioni.

Siamo quindi alle soglie del VII secolo e all’ultimo anno del pontificato del gran papa. Con lui la Chiesa cristiana mentre lo Stato romano in occidente si disfaceva, era pervenuta all’apogeo del primato, riconosciuto dalla corte di Bisanzio e dai popoli dell’Africa settentrionale, dai visigoti di Spagna, dai britanni, dai franchi, dai germani. Nella Sicilia ormai thema dell’impero bizantino, circoscrizione amministrativa soggetta a un <<patrizio>> di nomina imperiale, ai confusi episodi di vita eremitica si erano venute sostituendo, nella seconda metà del VI secolo, le prime fondazioni monastiche.

Alla fine del secolo se ne annoveravano già numerose: sei monasteri fondò Gregorio Magno a proprie spese nel 575, di cui tre certamente a Panormo – S. Ermete, il Pretoriano e il Lucusiano, dedicato ai santi Massimo ed Agata -; altri monasteri di Panormo erano quelli di S. Adriano e di S. Teodoro e quello femminile di S. Martino delle Scale, ad Agrigento era il monastero di S. Stefano, due ne esistevano in Lilibeo, a Messina era il monastero di S. Teodoro, tre monasteri erano in Siracusa: San Pietro di Baias, S. Lucia e quello dell’abate Traiano, un monastero poi sorgeva a Catania, uno a Lentini, uno dedicato a S. Giorgio nella massa Maratotide, uno dedicato a S Cristoforo nella diocesi di Tauromenio, infine uno sotto il titolo di S. Andrea nei pressi di Mascali.

Il monastero di San Vito, di regola Benedettina, sorgeva nei pressi dell’abitato di Paternò, su un poggio in direzione nord-est verso Ragalna, da dove dominava un fertile ed esteso territorio. Era un grande complesso conventuale, ricco probabilmente di terre e di altri beni: <<tantum monasterium>>, lo dice infatti Gregorio magno nelle sue epistole, e l’espressione sembra riferirsi non solo ad una condizione di particolare floridezza economica e di notevole consistenza della fabbrica, ma anche alla preminenza goduta dalla comunità religiosa nell’ordinamento monastico.

E’ lecito presumere che l’inchiesta sia stata rapida e la punizione esemplare; ma di ciò non sappiamo nulla. Certo dopo il VII secolo, con la definitiva ellenizzazione dell’isola, trasferita nel 732 alle dipendenze del patriarcato bizantino, il monastero di S. Vito dovette seguire le vicende generali della Chiesa di Sicilia e abbandonata la regola benedettina, assumere quella basiliana, accettando la liturgia greca, nuovi riti, nuovi culti. Tuttavia, col graduale processo di latinizzazione dell’isola, avviato dopo l’avvento dei normanni, il complesso conventuale venne restituito alla comunità benedettina e divenne, forse misto: comunque, da questo convento provenne il gruppo di monache alle quali, nel 1350, Geltrude di Sanfilippo assegnò le proprie case sul colle, primo nucleo del convento dell’Annunziata.

Nel 1863, sul poggio che per tanto spazio di secoli aveva accolto il fiorente monastero, e forse sui ruderi stessi delle antiche strutture, il barone di S. Vito realizzava il proprio palazzo sede anche dell’Istituto Ardizzone-Gioeni di Catania.